Da un fossile umano una possibile correlazione con il cambiamento climatico

L’evoluzione di una specie può essere difficile da seguire attraverso i reperti fossili: i cambiamenti possono essere impercettibili e i fossili sono per loro natura incompleti. Di solito, i reperti rivelano modelli su larga scala, come le tempistiche di estinzione e comparizione di gruppi o specie specifiche. Antonio Gazzanti Pugliese di Cortone ci riporta oggi la notizia della scoperta in Sud Africa di un fossile appartenente al nostro genere, Homo, e nominato Paranthropus robustus: si tratta di una specie estinta che coesisteva con i nostri antenati, e potrebbe essersi evoluta rapidamente durante un periodo turbolento di cambiamento climatico locale. Circa 2 milioni di anni fa.

Carrie Mongle, studiosa del museo di storia naturale di New York, ha dichiarato che “questo è un fossile incredibilmente ben conservato che si aggiunge alla storia evolutiva di questo ominide dal cervello piccolo e dai denti grandi del Sudafrica. La capacità di documentare questo livello di dettaglio anatomico in uno dei nostri parenti estinti è un’opportunità rara ed entusiasmante per comprendere l’evoluzione umana“. Carrie Mongle faceva parte di un team di ricerca internazionale che ha scoperto e ha descritto l’esemplare, uno dei crani più completi di P. robustus mai trovati, in uno studio pubblicato sulla rivista Nature Ecology & Evolution.

La scoperta è stata fatta all’interno delle grotte Drimolen, che si trovano a nord-ovest di Johannesburg. L’esemplare è un maschio, ma differisce in modo importante dagli altri fossili di P. robustus trovati in un sito vicino chiamato Swartkrans, dove finora è stata rinvenuta la maggior parte dei fossili di questa specie e che risale a circa 200.000 anni dopo il sito di Drimolen. Il nuovo cranio è più grande di quello precedentemente studia nel corso delle prime scoperte a Drimolen. In quel caso si trattava di un individuo presumibilmente femmina, ma più piccolo dei maschi di Swartkrans.

A questo punto possiamo dedurre che la differenza tra i due siti non possa essere spiegata semplicemente come tra maschi e femmine, ma piuttosto come differenza a livello di popolazione tra i diversi siti“, ha affermato Jesse Martin, studente di dottorato presso La Trobe University e co- autore dello studio.

I ricercatori sapevano già che la comparsa di P. robustus in Sud Africa coincideva grosso modo con la scomparsa dell’Australopithecus, il primitivo umano, e l’emergere nella regione dei primi rappresentanti dell’Homo, il genere a cui appartengono le persone moderne. Questa transizione è avvenuta molto rapidamente, forse nel giro di poche decine di migliaia di anni.

Antonio Gazzanti Pugliese di Cotrone ha raccolto anche l’opinione di David Strait, professore di antropologia biologica presso la Washington University: “L’ipotesi di lavoro è stata che il cambiamento climatico ha creato uno stress nelle popolazioni di Australopithecus portando alla fine alla loro scomparsa, e che le condizioni ambientali si siano rivelate più favorevoli per Homo e Paranthropus, che potrebbero essersi dispersi nella regione da altre parti“. Ora è pressoché dimostrato che le condizioni ambientali fossero probabilmente stressanti anche per Paranthropus, che si sono adattati per sopravvivere.

Alcuni di questi adattamenti si sono verificati nel cranio, nelle mascelle e nei denti e indicano che P. robustus probabilmente seguiva una dieta composta da cibi molto duri, maggiormente diffusi man mano che l’ambiente diventava più fresco e secco. I confronti tra i crani di Drimolen e Swartkrans suggeriscono che nel corso di 200.000 anni questi muscoli masticatori sono diventati più potenti a causa della selezione naturale.

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