Studi e Articoli di Storia Italiana e Internazionale

La fine della prima guerra mondiale ed il trattato di Versailles

La prima guerra mondiale si conclude con la conferenza di pace di Parigi del 1919 ed ,in particolare ,con il suo atto finale rappresentato dal trattato  firmato a Versailles il 28 giugno 1919 da 44 Stati. Questo trattato fu definito dal maresciallo francese Foch “non una pace bensì un armistizio per vent’anni”.Esso ,infatti ,soffriva di una debolezza intrinseca dovuta alla diversità di obiettivi delle nazioni vincitrici. Gli Stati Uniti d’America si erano ispirati al principio dell’autodeterminazione nazionale.

La fine della prima guerra mondiale

La Francia mirava alla riparazione di tutti i danni subiti durante la guerra.La stessa Francia e la Gran Bretagna intendevano proteggere l’integrità dei propri originari imperi.l’Italia chiedeva quanto le era stato promesso nel caso di entrata in guerra al fianco della Francia e della Gran Bretagna.In una pubblicazione online dedicata all’ambasciatore Mario Luciolli troviamo scritto che egli bene “ descrisse i rapporti fra il presidente del consiglio italiano Vittorio Emanuele Orlando il presidente degli Stati Uniti nei primi mesi del 1919. Woodrow Wilson aveva riconosciuto all’Italia il Trentino e il Tirolo meridionale fino al Brennero, ma aveva scoperto tardi, con una certa sorpresa, che nella provincia di Bolzano vivevano 245.000 persone di lingua tedesca.

Volete dire che sono protedeschi , proaustriaci ? aveva chiesto a un diplomatico inglese alla fine di una riunione anglo americana. Fu questa probabilmente la principale ragione per cui decise di richiamarsi fermamente, nel caso dell’Istria e di Fiume, al nono dei suoi 14 punti :  le modifiche della frontiera italiana dovranno essere decise sulla base di criteri nazionali chiaramente riconoscibili. Accettò più tardi che a Fiume venisse conferito uno statuto speciale sotto l’ egida delle società delle nazioni, ma avanzò la sua proposta nel peggiore dei modi possibili. Anzichè presentarla nel corso di una riunione si indirizzò direttamente all’opinione pubblica italiana con un messaggio… Vittorio Emanuele Orlando decise allora di abbandonare la conferenzai e di tornare in Italia. Commise un errore, probabilmente. Non capì che un uomo di stato può permettersi di uscire dalla sala delle trattative soltanto se è certo che la sua assenza costringerà gli altri a interrompere i lavori.”

Papa Pio XII nelle memorie del cardinal Tardini

Il cardinale Eugenio Pacelli fu  eletto al soglio pontificio il 2 marzo 1939.Papa Pacelli scelse il nome di Pio XII volendo sottolineare la continuità di quello che sarebbe stato il suo papato rispetto all’opera del predecessore Pio XI. Nel libro “ Il diario di un cardinale “ il suo autore ,monsignor Tardini , evidenzia la grande vicinanza che Pio XI aveva nei confronti del suo Segretario  di Stato cardinale Pacelli.

Papa Pio XII

In questo libro troviamo scritto: “… Io ne approfittavo per parlare dell’eminentissimo cardinale Pacelli e per mettere in evidenza il suo costante, diligentissimo e intensissimo lavoro per la Santa Sede . Il  Papa era molto contento; spesso, anzi, aggiungeva altre lodi alle mie. Per  esempio, se io sottolineavo l’abilità dell’eminentissimo nel suo lavoro, il Papa aggiungeva: non solo lavora molto bene, ma lavora anche molto presto! Messo così sulla via… delle  confidenze, il Santo Padre mi spiegava che lo scopo dei molti viaggi che egli faceva fare al suo Segretario  di Stato era quello di prepararlo bene… al papato ; lo chiamava cardinale mondiale, transoceanico,  anzi voleva che al suo ritorno noi della segreteria di Stato gli preparassimo una festa con una iscrizione che doveva inneggiare al cardinale…  transoceanico.

Io osai obiettare che, molto probabilmente, l’eminentissimo non avrebbe gradito una simile… iscrizione e noi ci saremo esposti più a un rimprovero che a un ringraziamento. Fu così che il Santo Padre preparò gli stesso una iscrizione di questo genere, accompagnandola ad uno speciale dono.” Al di là della vicinanza tra Pio XII ed  il suo predecessore , molti storici evidenziano che l’elezione di Pacelli rappresentò un ottimo risultato politico  in quanto egli era sicuramente il più esperto nell’ambito della diplomazia vaticana. In particolare la sua esperienza di  nunzio apostolico in Germania rappresentò per il nuovo Papa un bagaglio particolarmente importante per gli eventi drammatici che di lì a pochi mesi si sarebbero scatenati in Europa e nel mondo.

Uno dei tanti misteri della storia d’Italia

Com’è noto in questo mese di settembre ricorre l’anniversario della tragica morte del generale Carlo Alberto dalla Chiesa ,ucciso con la moglie e l’agente di scorta il 3 settembre 1982. Il generale fu nominato prefetto di Palermo il 6 aprile 1982.Con tale nomina il governo riteneva di poter ottenere risultati vincenti contro la mafia così come, grazie al generale stesso, li avevo avuti nei confronti del terrorismo.Il barbaro omicidio è ancora avvolto da molti misteri.

Carlo Alberto dalla Chiesa

Uno tra questi lo si ritrova nelle parole dell’onorevole Fragalà , membro  della commissione parlamentare di inchiesta sul terrorismo presieduta dal senatore Pellegrino. Durante l’audizione del generale Bozzo  ,l’on. Fragalà fa riferimento alla circostanza che ,dopo la morte del generale ,non si ritrovarono ,per diversi giorni, le chiavi della sua cassaforte,  ed una volta ritrovate la cassaforte risultò  vuota. La circostanza è particolarmente rilevante in quanto ,nel suo intervento in commissione, il detto deputato riporta la testimonianza della collaboratrice domestica della famiglia dalla Chiesa secondo la quale il generale avrebbe detto alla moglie: “se mi fanno qualcosa c’è il nero su bianco e sai dove prenderlo”.

Non solo , ma si fa ,altresì , riferimento alla drammatica circostanza che il killer si preoccupò ,non solo di uccidere il generale e l’agente di  scorta, ma anche la signora Setti Carraro , soffermandosi sul luogo del delitto per esplodere il colpo di grazia contro quest’ultima che era stata già ferita. Questa particolare crudeltà viene spiegata con l’interesse all’eliminazione di un testimone che avrebbe potuto riferire sull’esistenza di documenti importanti ,probabilmente custoditi nella cassaforte di casa, e non più ritrovati dopo il massacro

L’Italia unita ed il brigantaggio

Il fenomeno del brigantaggio ricorre ciclicamente nella storia. L’uso più noto che viene fatto di tale definizione riguarda il  periodo immediatamente successivo all’unificazione italiana. Secondo un orientamento ,attraverso il fenomeno del brigantaggio ,l’ultimo re del Regno  delle due Sicilie ,Francesco II di Borbone tentò di destabilizzare il nuovo regno d’Italia nella speranza di recuperare il suo trono.

L'Italia unita ed il brigantaggio

Secondo un altro orientamento il brigantaggio aveva invece delle radici sociali ed economiche scaturite dalla nuova condizione in cui le popolazioni meridionali si vennero a trovare con l’unificazione d’Italia.Tra queste solitamente si citano il peggioramento delle condizioni economiche, l’incremento delle tasse, le discriminazioni sociali e l’ampliamento della forbice tra ricchi e poveri. Fra i detrattori della dinastia borbonica troviamo, in particolare , il deputato Giuseppe Massari pugliese di origine e neo cittadino  piemontese ,che preparò la relazione conclusiva della legge Pica contro il brigantaggio. Per  costui la causa principale ,se non unica , del brigantaggio sarebbe stata la “mala signoria borbonica”.Tuttavia secondo un’altra visione dei fatti il nuovo parlamento italiano utilizzò questa occasione per organizzare una feroce repressione di massa.Sempre seguendo questa linea di pensiero la vera intenzione del legislatore italiano era quella di stroncare ogni possibilità di ritorno della dinastia borbonica nel meridione d’Italia.

Più in particolare, attraverso la criminalizzazione della  politica borbonica,  si voleva provocare l’allontanamento dei sovrani delle due Sicilie dalla città di Roma dove erano ospiti del Papa,  facendo in modo che il loro esilio diventasse definitivo  e che fossero completamente dimenticati. Nel  libro di Gigi Di Fiore  “l’ultimo re di Napoli” troviamo scritto: “Francesco II  sapeva di avere poche possibilità di replicare con efficacia a Massari. Fu costretto ad assistere da lontano, senza poter far nulla, al risultato delle conclusioni della commissione: La legge Pica sul brigantaggio.”

Il Regno delle due Sicilie è l’isola di Procida

Uno dei periodi di maggiore splendore di questa meravigliosa isola si realizza durante la prima fase della dominazione borbonica.Carlo III fa di Procida una delle sue preferite riserve di caccia. In questo quadro la popolazione vive un notevole miglioramento delle proprie condizioni e la marineria  procidana si sviluppa notevolmente. Procida è stata nominata capitale della cultura per il 2022 ma la sua bellezza e la sua amenità è una costante nel tempo.

Il Regno  delle due Sicilie

Una delle più belle descrizioni la ritroviamo nel libro “ Cenni storici intorno alla città ed isola di Procida “ del sacerdote Michele Parascandola  in una delle sue più belle edizioni del 1892. Tra l’altro troviamo scritto: “fra le isole che incoronano il bel Golfo di Napoli non è l’ultima Procida. Essa presenta tale un aspetto ameno  e sorridente a chi vi arriva, percorrendo tutto il Golfo di Napoli che equivale ad un incanto.… L’aspetto della marina che è divisa in due lunghe braccia, l’ una a  levante e l’altra a ponente offre nei mesi estivi ai cittadini amene passeggiate, e l’ammasso delle case di antica costruzione ed in parte rifatte ed abbellite presentano una vista superiore al concetto che di essa si ha potuto formare, chi vi arriva per la prima volta… Il suo circuito di sette miglia con giocondissimi recessi e promontori per quali ora si avanza e distende nel mare, ora dal mare si accorcia e ritira, accoppiata al la salubrità del suo aere , la faceva dire dal Celestino Guicciardini nel suo Mercurio Campano un bel formato giardino.…

La principale industria è il mare ed i molteplici legni mercantili lo dimostrano … Procida contava fino a 120 navi nel 1878 ma oggi un tale numero è decimato. La loro portata aveva raggiunto le 5600 tonnellate… La tessera distintiva dei procidani è la generosità, e lo dimostrano non solo le chiese che si reggono con lustro e splendore per l’obolo della pietà dei suoi cittadini e senza rendita alcuna, ma ancora le molteplici opere di beneficenza che vi esistono nell’isola.

Francesco II di Borbone e la Costituzione Napoletana

Lo scenario di criticità in cui matura la decisione di Francesco II di concedere la costituzione

Nel consiglio straordinario del giugno 1860 tenuto a Portici si decise la promulgazione della costituzione nel regno delle due Sicilie. La situazione era ormai critica. Il marchese Antonini scriveva: ”Se il governo di Sua Maestà ha forze bastanti a reprimere la rivoluzione, la reprima, altrimenti non perda tempo ad accettare le condizioni sotto le quali l’imperatore [dei francesi] assumerebbe la mediazione.

Le pressioni della Santa Sede sul re e il problema dell’accordo col Piemonte e il Regno di Sardegna

Le condizioni sono le seguenti: costituzione del 1848, accordo col Piemonte, e istituzioni speciali per la Sicilia.” Secondo alcuni storici più che il problema della costituzione nella mente del re si poneva il problema dell’accordo col Piemonte. Infatti la Santa Sede era contraria e, tramite il cardinale Antonelli, esercitava forti pressioni su re Francesco affinché ciò non avvenisse. Comunque sia la costituzione fu concessa, così come si accettò l’accordo con il Piemonte.

Le intenzioni del re alla base della promulgazione della costituzione e il commento di Napoleone

Il provvedimento reale recitava: “desiderando di dare ai nostri amatissimi sudditi un attestato della nostra sovrana benevolenza, ci siamo determinati di concedere gli ordini costituzionali rappresentativi nel regno, in armonia coi principii italiani e nazionali in modo da garantire la sicurezza e prosperità in avvenire ed a stringere sempre più i legami che ci uniscono ai popoli che la provvidenza ci ha chiamato a governare.” Si diceva altresì: “sarà stabilito con sua maestà il re di Sardegna un accordo per gli interessi comuni delle due corone d’Italia.” Ma tutto ciò non servì perché come disse Napoleone: “Le riforme avrebbero potuto prevenire il danno, ora è troppo tardi; le rivoluzioni non si arrestano con le parole.“ Il giorno dopo la promulgazione re Francesco tornò a Napoli e si mostrò al popolo percorrendo in carrozza le vie della città. Si racconta che la sera del 26 giugno tutti i pubblici edifici erano illuminati, ma in agguato erano anche i tumulti.

La Rivoluzione Napoletana Dopo la Costituzione del 1860

Un’estate di tumulti, aggressioni, disordini, saccheggi e sollevamenti di piazza organizzati

Dopo la promulgazione della costituzione da parte di re Francesco II scoppiarono pericolosi tumulti tra la fine del giugno e l’inizio del luglio 1860. Tra le tante ci fu l’aggressione contro il barone Brenier, rappresentante di Napoleone III a Napoli. I disordini e i saccheggi si estesero per tutti i quartieri bassi. Furono attaccati anche i commissariati ed i posti di polizia. Qualcuno sosteneva che si trattasse di un movimento organizzato dagli uomini del partito reazionario, volendo in questo modo provocare la revoca della costituzione e il ripristino dello stato precedente. Il prefetto di polizia Liborio Romano ebbe un ruolo decisivo nel reprimere i moti di piazza.

L’istituzione della Guardia Cittadina, il ruolo dei camorristi e la rivoluzione delle classi medio alte

Prima di tutto si formò la Guardia Cittadina e, poi, si arruolarono molti camorristi usciti di galera affinché contribuissero, con il controllo del territorio, ad arginare la rivoluzione. L’operazione ebbe, almeno apparentemente, successo. Il 2 luglio cessò lo stato di assedio. Ma, come sottolineano gli storici, la rivoluzione passò in altro campo. Si trattava delle classi medio alte della società civile napoletana tra le quali gli impiegati, i funzionari di polizia, i professori universitari ed addirittura i prefetti. Seguirono nuovi scontri di cui furono protagonisti anche reparti dell’esercito, della appena costituita guardia cittadina e di nuovo del popolo.

L’istituzione della Guardia Nazionale e l’abbandono dei posti di comando da parte degli ex privilegiati

Finché il re decise di organizzare la Guardia Nazionale nominando come comandanti di battaglione noti gentiluomini napoletani. Il sollievo, tuttavia, anche questa volta fu momentaneo perché ormai tutta l’impalcatura del potere stava collassando. Ciò che maggiormente colpiva era il continuo abbandono dei posti di comando da parte di coloro che non avevano coraggio di condividere le responsabilità con quel potere che fino a quel momento li aveva largamente beneficati.

Francesco II di Borbone e l’Invasione dei Mille in Sicilia

L’allarme provocato nel re e nella sua corte dallo sbarco di Garibaldi e dei Mille in Sicilia

Uno dei momenti più drammatici per Francesco II e per il suo regno fu rappresentato dalle notizie allarmanti che provenivano dalla Sicilia a seguito dello sbarco di Garibaldi e dei Mille nell’isola. Toccanti sono le parole di un libro edito nel 1902 la cui autrice, Teresa Filangieri, era figlia del generale Carlo Filangieri che fu particolarmente vicino al re durante le ultime vicende del 1860. A tal proposito si legge: “eccoci giunti al secondo e più doloroso periodo del breve regno di Francesco II; esso prende le mosse dal primo tocco della campana del monastero della Gancia a Palermo.

Il racconto dell’angoscia di quei momenti nelle parole della figlia del generale Filangieri

Questo è il segnale della novella riscossa che il governo non seppe né scongiurare né reprimere al suo inizio, e ben meno poi combattere allorquando la spedizione di Garibaldi venne ad infondere a quella riscossa l’erotismo fatidico dell’epopea con la forza di un gran concetto, o meglio, di una speranza pronta ad essere compiuta per l’indipendenza della patria.” Seguono poi i racconti relativi all’angoscia con la quale si cercava di capire la situazione e di trovare un rimedio. ”Dietro le tristi nuove di Palermo si moltiplicavano alla reggia i congressi ed i consigli di Stato. Il re dopo uno di questi consigli volle intrattenere il mio padre sulle cose di Sicilia.” Si moltiplicano in questo momento i consigli e le strategie di coloro che più o meno lealmente, stanno intorno al re.

Le misure suggerite dai fedelissimi del re per contrastare l’avanzata dei rivoltosi

Il generale Filangieri consiglia il concentramento delle truppe napoletane ai Quattroventi in un luogo cioè vicino a dove avrebbe potuto verificarsi l’eventuale sbarco. Altri come Nunziante e Latour consigliarono di far muovere le truppe verso la Guadagna formando lì un campo trincerato per tenere il forte di Castellammare e la batteria del Molo. Al tempo stesso si discuteva sull’opportunità o meno di concedere la costituzione che avrebbe, secondo i timori del re, richiamato in patria tutti gli esuli contrari alla monarchia. Queste erano le fosche tinte che caratterizzavano quei giorni.

Il Congresso di Vienna: Invitati e Partecipanti

La gestione degli inviti e degli invitati al Congresso di Vienna

Uno dei primi problemi procedurali del congresso di Vienna fu quello di individuare chi dovesse inviare gli inviti a partecipare. Il problema fu risolto abbastanza rapidamente in quanto la precedente “pace di Parigi“ stabiliva che il congresso sarebbe stato celebrato a Vienna. Di conseguenza apparve logico che fosse l’imperatore d’Austria a diramare gli inviti dalla sua capitale. Più complesso fu il problema di chi dovesse essere invitato. Sicuramente fra gli invitati dovevano esserci i quattro paesi vincitori e cioè la Russia, l’Austria, la Prussia, e la Gran Bretagna.

Le ragioni e motivazioni dell’ammissione della Francia al Congresso di Vienna

Ma apparve subito chiaro che anche la Francia, ancorché sconfitta, avrebbe dovuto partecipare se non altro per ottemperare alle obbligazioni conseguenti al suo collasso militare. Alla fine, pressoché tutti i paesi europei furono coinvolti nei lavori. Ovviamente, ciò non vuol dire che tutti gli invitati avessero lo stesso peso politico nella gestione delle questioni da affrontare. Al contrario, le quattro potenze vincitrici cercarono di mantenere nelle loro mani i tavoli su cui si sarebbero decise le strategie più rilevanti. La qual cosa, tuttavia, non impedì anche ai più piccoli paesi rappresentati di creare interferenze ed ostacoli che avrebbero rallentato il corso di alcune decisioni.

Il ruolo e il peso dei diversi partecipanti al Congresso di Vienna

Ecco perché gli storici di questo congresso hanno sempre posto particolare attenzione alle procedure seguite, ai ruoli delle singole delegazioni e al peso specifico dei partecipanti. Al contrario, proprio i rappresentanti delle quattro grandi potenze diedero poca importanza alle procedure che avrebbero dovuto garantire la loro posizione di predominio. Questo fu uno dei punti su cui farà leva l’abilissimo e scaltro rappresentante francese Talleyrand per inserirsi a pieno titolo nelle decisioni più importanti.

Questione pregiudiziale di costituzionalità e legittimità del Congresso di Vienna

Va, infine, ricordato che il congresso di Vienna soffrì da subito di quella che oggi chiameremmo una pregiudiziale di costituzionalità, nel senso che la regola, tenuta segreta, secondo la quale ai quattro grandi sarebbero state riservate le decisioni più rilevanti non fu mai accettata dalle altre nazioni vincitrici o meno, belligeranti o meno, chiamate a partecipare, il che rappresenterà un grave pregiudizio per l’esito dello stesso congresso. Non va dimenticato, infatti, che oltre a piccoli e piccolissimi stati, parteciparono ai lavori anche importanti e grandi paesi non ricompresi fra i detti quattro. Fra questi c‘erano ad esempio la Spagna, la Svezia ed il Portogallo.

Il Congresso di Vienna, Talleyrand e la Francia

Talleyrand: il rappresentante francese al Congresso di Vienna

Come ricordano gli storici, la Francia non aveva alcunché da perdere nel congresso di Vienna. Al contrario, essa poteva solo trovarvi dei vantaggi. Il rappresentante della Francia presso il congresso fu il celeberrimo Talleyrand. Egli proveniva da una famiglia aristocratica ma la sua caratteristica principale fu quella di saper mutare i suoi orientamenti e le sue azioni in relazione alla situazione politica in corso. La sua attività politica, pertanto, si svolse, pressoché ininterrottamente, sotto il regno di Luigi XVI, durante la rivoluzione francese, sotto il dominio napoleonico ed, infine, con la restaurazione del regno borbonico di Luigi XVIII.

Talleyrand: il protagonista principale del Congresso di Vienna

Insieme a Metternich, Talleyrand è considerato uno dei grandi protagonisti del congresso di Vienna. Il suo maggior merito fu quello di evitare alla Francia l’emarginazione solitamente riservata agli sconfitti dalle potenze vincitrici. Talleyrand riuscì a far comprendere che la stabilità europea non avrebbe potuto fare a meno della Francia e della sua interazione con gli altri paesi. Autorevoli storici ritengono che l’opera del Talleyrand, durante il congresso, fu animata, da una parte, da opportunismo, corruzione e tatticismo ma, dall’altra, da un autentico desiderio di pace e di stabilità per la Francia e per l’Europa. Il suo messaggio, in sintesi, fu che se, da un lato, la Francia era stata responsabile di quasi 20 anni di guerre e distruzioni, dall’altro, essa, come tutti gli altri paesi europei, era stanca di tali conflitti e voleva esclusivamente la pace. Talleyrand rese ulteriormente credibile questo messaggio sottolineando come, semmai, la minaccia per l’Europa provenisse, non più dalla Francia, ma da un altro grande impero ad oriente, quello russo.

Talleyrand: la politica dell’equilibrio al Congresso di Vienna

Non solo la Russia, ma anche la Prussia, nella sua rapida e temibile evoluzione militare, rappresentava un altro pericolo quanto meno potenziale. La conseguenza ed il rimedio a tali minacce non poteva che essere rappresentato dalla vicinanza tra la Francia, la Gran Bretagna e l’Austria. Solo questa combinazione poteva sostenere la cosiddetta politica dell’equilibrio. Ed anche in questo Talleyrand esprimeva la sua grande saggezza politica quando affermava che l’equilibrio perfetto non esiste. Al contrario, esso si basa sulla coesistenza di due poli contrapposti: il potere di resistenza ed il potere di aggressione. La cosa a cui si può aspirare è, quindi, un equilibrio artificiale che, mutatis mutandis, ritroveremo molto tempo dopo nella seconda metà del XX secolo: l’equilibrio nucleare (il cosiddetto “equilibrio del terrore”) e la guerra fredda.

Il Congresso di Vienna e la Questione Polacca

La questione polacca al centro dei lavori del Congresso di Vienna

Uno dei problemi più rilevanti del congresso di Vienna fu rappresentato dalla Polonia. Secondo alcuni storici, la sorte della Polonia rappresenta il punto più critico dei lavori del congresso. Va ricordato che nella seconda metà del XVIII secolo la Polonia, come stato autonomo, non esisteva più. Eppure questo stato aveva avuto, precedentemente, una notevole consistenza territoriale e di popolazione. Tuttavia le difficoltà, rappresentate dalle profonde divisioni interne, determinarono il collasso del regno di Polonia.

La Polonia e i suoi confini prima del Congresso di Vienna

È pur vero che gli stati confinanti furono sempre animati da una aggressiva sete di conquista nei confronti della Polonia. Si tratta della Russia, dell’Austria e della Prussia. Si arriva così al primo smembramento della Polonia avvenuto nel 1772. Il secondo smembramento avvenne nel 1793. L’ultimo tra il 1795 e il 1796. A questo punto, i territori e la popolazione polacca risultavano completamente assorbiti dalle potenze confinanti sopra ricordate. Nel 1807, sotto Napoleone, la Polonia rivide parzialmente la sua indipendenza politica con la costituzione del cosiddetto ducato di Varsavia. In realtà anch’esso era di fatto soggetto ad un’altra sovranità, quella del regno di Sassonia.

La Polonia e i suoi confini dopo il Congresso di Vienna

Comunque sia, nel 1809 la Polonia si estese ai vecchi territori della Galizia e di Cracovia. Con il congresso di Vienna, finalmente, la Polonia trova un’ulteriore configurazione tra le nazioni anche se, in termini territoriali e di popolazione, essa risulterà particolarmente esigua. Ma l’esistenza della Polonia, ancorché così ridotta, avrà un valore simbolico straordinario nell’equilibrio del congresso di Vienna. Il suo riconoscimento, infatti, rappresenta un argine simbolico alla volontà espansiva dell’imperatore di Russia, Alessandro. Più precisamente, va detto che lo zar di Russia non si opponeva alla ricostituzione e riconoscimento dello stato polacco. Al contrario, egli avrebbe voluto una Polonia più grande ma completamente sottomessa alla sua influenza politica e militare. È difficile, in realtà, analizzare la volontà dello zar con riferimento alla Polonia ed individuare le sue reali intenzioni. Su questo punto il suo atteggiamento durante il congresso di Vienna, infatti, ondeggerà ripetutamente tra impulsi di generosità e liberalità e strategie imperialistiche ed espansive.

Lo Schieramento Finale del Governo Italiano

L’abbandono dell’alleanza con la Germania e l’Impero austro-ungarico

Dopo alterne vicende il governo italiano decide di schierarsi con le potenze dell’Intesa e di abbandonare l’alleanza con gli imperi centrali. Un diplomatico italiano dell’epoca, Luigi Aldrovandi Marescotti, nel suo diario, alla pagina del 25 aprile 1915, così scrive: “qualche ora prima era giunto un telegramma da Vienna ove, riassumendo le laboriose trattative che si trascinano faticosamente colà da oltre quattro mesi… si confermava la incomprensione del governo austroungarico e la irrealizzabilità di un nostro accordo con l’Austria-Ungheria…L’Austria-Ungheria ha continuato a mantenersi sino ad ora in vane discussioni e non sembra rendersi conto del vero stato di cose da noi per cui un accordo con l’Austria-Ungheria sulla base delle proposte formulate sembra quasi irrealizzabile nello stato attuale delle cose”.

La conclusione dell’accordo con le tre potenze dell’Intesa

Dallo stesso diario, il giorno successivo 26 aprile, si rileva ormai concluso l’accordo con i paesi dell’Intesa: “Salandra, in una sua lettera personale, ha scritto a Sonnino: suppongo che in seguito all’ultimo telegramma da Londra, avrai telegrafato ad Imperiali di firmare. Che Dio ci assista. L’accordo è stato firmato oggi alle ore 15:00. Grey e i colleghi di Francia e di Russia hanno abbondato in espansioni. All’atto della firma Grey ha comunicato ad Imperiali la notizia, proprio allora giuntagli, del felice sbarco degli alleati ai Dardanelli.”

L’entrata in guerra dell’Italia a fianco di Francia, Russia e Gran Bretagna

Inizia, quindi, la grande avventura della prima guerra mondiale anche per l’Italia. Come tutti sanno sarà un’esperienza lunga e drammatica che si concluderà solo tre anni dopo con centinaia di migliaia di morti e devastazioni laceranti sul campo. Ma, soprattutto, rimarranno tante domande senza risposta. Tutto questo si tradurrà in un fosco futuro per il mondo e rappresenterà il presupposto di un ulteriore e più crudele conflitto mondiale.

L’Ambasciatore Russo a Washington Anatoly Dobrynin

Anatoly Dobrynin: un testimone d’eccezione della Guerra Fredda

Anatoly Dobrynin è stato, per molti decenni, ambasciatore dell’Unione Sovietica a Washington ed è stato uno dei più attenti e privilegiati testimoni di quel complesso di eventi chiamati “guerra fredda”. Come egli stesso afferma nel suo libro “In confidence” arriva alla carriera diplomatica quasi per caso e, comunque, indipendentemente dai suoi studi universitari che lo avevano condotto in un settore molto distante quale quello dell’ingegneria aeronautica.

Anatoly Dobrynin: dall’industria aeronautica alla scuola diplomatica

Dobrynin, infatti, all’età di 25 anni lavorava a tempo pieno in una delle più prestigiose industrie aeronautiche sovietiche. Un giorno di estate del 1944 fu contattato dei più alti livelli del partito comunista sovietico. Un rappresentante della commissione centrale del partito comunista gli disse che era arrivato per lui il momento di frequentare la scuola diplomatica. A quel punto Dobrynin rispose che non capiva perché un ingegnere aeronautico dovesse cambiare improvvisamente la propria attività entrando in un campo fino a quel momento completamente sconosciuto.

Anatoly Dobrynin: dalla carriera di ingegnere a quella di diplomatico

La risposta fu sconcertante. Gli fu detto che l’Unione Sovietica doveva poter disporre del popolo in qualsiasi posto lo si ritenesse utile per il paese. In ogni caso gli si dava un giorno per pensarci e dare una risposta. Consultatosi con la sua famiglia lo spaesato ingegnere decise di rispondere negativamente, volendo continuare il suo lavoro da tecnico aeronautico e così comunicò la sua volontà a colui che lo aveva fatto chiamare il giorno precedente. Di fronte a questo atteggiamento gli fu detto che, in realtà, non si trattava di una scelta ma di un obbligo e che, pertanto, avrebbe dovuto intraprendere subito la nuova strada.

Anatoly Dobrynin: da ingegnere aeronautico ad ambasciatore di successo

Molti anni dopo, diventato un ambasciatore di grande successo, Dobrynin capì che anche a molti altri giovani laureati era stato fatto un simile discorso e che l’intenzione dell’establishment sovietico era stata quella di mutare i ranghi della diplomazia in modo tale da superare tutte le resistenze che potevano venire alla politica estera sovietica dalla vecchia classe diplomatica di origine zarista.
Dobrynin constatò col tempo che l’operazione aveva avuto in effetti una sua ragione d’essere e aggiunse che la sua esperienza di ingegnere aeronautico gli consentì di valutare molto più professionalmente i contenuti militari di tanti trattati diplomatici che, in qualità di rappresentante sovietico, firmerà nei lunghi anni della sua attività.

Il Ruolo Strategico dell’Italia nel Patto Atlantico

L’ammissione al Patto Atlantico e la proposta di creazione di un direttorio con l’esclusione dell’Italia

La partecipazione dell’Italia al Patto Atlantico ha rappresentato la concretizzazione di uno dei più importanti tentativi di riaccreditamento del nostro paese nell’ambito del cosiddetto blocco occidentale. Ciò, tuttavia, non significa che il cammino sia stato facile e privo di problemi.
Al contrario, l’Italia portava sulle sue spalle l’eredità della sconfitta nella seconda guerra mondiale e questo, spesso, determinava tentativi di emarginazione, se non di umiliazione, da parte delle altre potenze principali.
Proprio nel contesto del Patto Atlantico fu, infatti, proposta la creazione di un direttorio cui avrebbero partecipato, esclusivamente, tre stati e, precisamente, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia. La conseguenza sarebbe stata l’esclusione dell’Italia da un organismo dove sarebbero state approntate le principali strategie per la ricrescita del mondo occidentale.

Le rimostranze decise del governo De Gasperi e la posizione intransigente dell’amministrazione Turman

Le rimostranze del governo italiano di fronte a questa possibilità furono estremamente ferme. Il ministro degli esteri Sforza contattò i principali esponenti dei governi di queste tre potenze sottolineando l’importanza di quella che sarebbe diventata la “questione italiana”.
Anche il presidente del consiglio De Gasperi evidenziò all’ambasciatore statunitense a Roma i contraccolpi di politica interna che l’esclusione dell’Italia dal direttorio a tre avrebbe provocato.
Ma l’amministrazione Truman, in particolar modo, riteneva di non poter seguire le istanze italiane e di rendere chiaro al governo del presidente De Gasperi che, dopo gli aiuti del piano Marshall, l’Italia avrebbe dovuto procedere ad un ampio programma di riarmo che le avrebbe consentito di avere piena voce nella citata alleanza che stava sempre più prendendo le sembianze definitive della Nato.

I condizionamenti della politica estera e le difficoltà dell’Italia ad attuare il programma di riarmo

La posizione internazionale dell’Italia era ulteriormente complicata dalla dislocazione geopolitica del paese che si trovava sulla linea di demarcazione tra i due blocchi (quello sovietico e quello occidentale) e dall’evoluzione di una politica estera fortemente condizionata dagli equilibri interni di uno schieramento estremamente frazionato ed in qualche misura esposto anche alle pressioni provenienti dal Cremlino. Infine le condizioni economiche del nostro paese non consentivano la realizzazione del programma di riarmo richiesto. L’Italia era ancora profondamente impegnata nell’opera di ricostruzione dopo le devastazioni terribili della Seconda Guerra Mondiale.

Il Tunnel Sotto Berlino e il Doppio Gioco di George Blake

Lo scenario in cui matura la decisione di creare il tunnel sotto la città da parte dei servizi segreti alleati

Nel contesto della contrapposizione tra il settore sovietico e quello alleato di Berlino, i servizi segreti americani ed inglesi decisero di realizzare un tunnel per penetrare nella zona controllata dai sovietici e intercettare le comunicazioni della rete fissa del quartier generale dell’Armata Rossa posizionato in quella città.

Il fallimento del progetto a causa del tradimento dell’agente del servizio segreto britannico George Blake

L’operazione, che sembrava aver ottenuto un grande successo, in realtà era destinata al fallimento fin dall’origine perché George Blake, un diplomatico britannico coinvolto in quest’impresa, aveva defezionato in favore dei servizi segreti sovietici ed aveva comunicato, sin dal momento dell’ideazione e della progettazione del tunnel, tutte le relative informazioni al suo corrispondente russo. Oltre ad essere un diplomatico, Blake era anche un agente del servizio segreto britannico. Nel 1944 era entrato a far parte del famoso M I 6 e la sua carriera continuò in tale ambito fino ad essere inviato presso la legazione britannica a Seul nella Corea del Sud invasa, nel 1950, dai soldati nordcoreani. Blake, come molti altri, fu fatto prigioniero e, durante questo periodo, si convertì alle dottrine comuniste decidendo di collaborare con l’Unione Sovietica.

La carriera di doppiogiochista di Blake: scoperta, condanna, fuga dal carcere, rifugio e morte in Russia

Ritornato in patria nessuno sospettò quanto era accaduto ed egli, quindi, continuò ad operare come agente doppio, apparentemente per il servizio segreto britannico ma, effettivamente, nell’interesse esclusivo del KGB. La sua carriera di doppiogiochista durò fino al 1961 quando la sua attività fu scoperta. Ci si rese allora conto di quali e quante informazioni Blake avesse trasmesso ai sovietici con conseguenze devastanti per la sicurezza del mondo occidentale. Ma le avventure di Blake non finirono perché nel 1966 egli scappò dal carcere dove era stato rinchiuso per scontare una pena di 42 anni. Blake riuscì a raggiungere Mosca dove si stabilì fino alla sua morte avvenuta nel 2020. Fu sempre ritenuto dall’establishment russo un personaggio di grande rilevanza il cui contributo alla parità strategica dei blocchi era inestimabile.

Il ruolo degli agenti segreti nel mantenimento della pace e dell’equilibrio strategico tra Est e Ovest

Indipendentemente dalle motivazioni che spinsero questa persona a fare il cosiddetto doppio gioco, non va dimenticato che alcuni agenti segreti dell’epoca credettero davvero di poter contribuire al mantenimento della pace tra est e ovest trasferendo informazioni che, nella loro ottica, avrebbero potuto assicurare un equilibrio strategico, anche se ciò si traduceva in un atto di aperto tradimento verso il proprio paese.

L’Italia e la Sua Iniziale Posizione di Neutralità

L’orientamento neutrale dell’Italia sospesa tra Triplice Alleanza e Triplice Intesa

Com’è noto l’Italia, allo scoppio della prima guerra mondiale, assume una posizione di neutralità. Essa è ancora legata all’alleanza con la Germania e l’Austria-Ungheria. Al tempo stesso il paese guarda anche alle potenze dell’Intesa cercando di ottenere il massimo risultato, in termini di compensi, a seconda del suo schieramento politico-militare.

Le condizioni poste dall’Italia per entrare in guerra a fianco delle potenze dell’Intesa

Uno dei momenti decisivi circa il definitivo orientamento sullo schieramento finale lo si trova nella pagina del 16 febbraio 1915 del diario di un diplomatico italiano dell’epoca, Luigi Aldrovandi Mariscotti: “Sonnino, essendo ormai convinto che i negoziati con l’Austria-Ungheria non possono condurre a risultati soddisfacenti, ed assicurato lo Stato maggiore italiano che verso la metà di aprile potremmo considerarci come sufficientemente pronti militarmente, invia per corriere all’ambasciatore d’Italia a Londra il testo delle condizioni generali, dall’accettazione delle quali, da parte delle potenze dell’Intesa, il regio governo sarebbe disposto a far dipendere l’impegno preciso, da parte sua, ad entrare in campo al loro fianco.

Il via libera del Ministro degli Esteri del governo italiano agli accordi con i nuovi alleati

Nel documento è esplicitamente indicato che vi abbiamo determinato il minimo delle concessioni a nostro favore. Imperiali, l’ambasciatore a Londra, non dovrà però dar corso alle istruzioni ivi contenute sinché non riceverà ulteriore ordine di farlo. Sonnino chiede ad Imperiali di esaminare il documento ed esporgli poi le sue impressioni”. Il giorno 3 marzo 1915 nello stesso diario si legge: “risultando in modo ancor più evidente che i negoziati con Vienna non condurranno a nulla, Sonnino telegrafa istruzioni ad Imperiali di dar corso al dispaccio del 16 febbraio.”

Brevi Cenni Storici sulla Prima Guerra Mondiale

I negoziati con l’Intesa per l’entrata in guerra dell’Italia

Nei primi mesi del 1915 l’orientamento del governo italiano circa l’alleanza e l’entrata in guerra del paese appare più chiaro. Sono in corso i negoziati con l’Intesa. Si è ormai giunti alla fase finale, ma vi sono ancora incertezze e problemi, così come si rileva nella pagina del 26 marzo 1915 del diario di un diplomatico italiano dell’epoca, Luigi Aldrovandi Marescotti: “Imperiali, l’ambasciatore d’Italia a Londra, telegrafa che Grey, il suo interlocutore per le potenze dell’Intesa, lo ha convocato ieri. Grey gli ha detto di aver impostato con gli alleati la questione nei semplici termini seguenti: o accettare le condizioni italiane, o rinunciare definitivamente alla cooperazione dell’Italia.”

La soluzione di compromesso per accontentare la Russia

Tuttavia, nel caso in cui la Russia opponesse un rifiuto definitivo a causa della Dalmazia, Grey ha escogitato una soluzione che, pur dando ragione al nostro interesse primario di assicurare la nostra posizione in Adriatico, e garantendoci contro ogni pericolo futuro da parte di chicchessia, tenga conto dei desideri slavi di non essere rinchiusi ed esclusi da ogni possibilità di sviluppo commerciale ed economico. Si tratterebbe, in conclusione, di lasciar Spalato alla Serbia attribuendo all’Italia Zara e Sebenico, con le isole indispensabili alla nostra difesa strategica, stabilendo la neutralità di tutta la costa, da Spalato alla Vojussa.

Le condizioni dell’alleanza tra l’Italia e le potenze dell’Intesa

Imperiali osserva che, con la soluzione su accennata, Grey ha mirato evidentemente a lasciare una porta aperta per impedire un naufragio totale. Avverte: “Siamo sul punto saliente del negoziato. Grey ha anche soggiunto che sentendosi poco bene, conta di partire la settimana prossima da Londra, per 10 giorni”. Successivamente le condizioni dell’alleanza diventano ancora più chiare. Le tre potenze alleate offrono all’Italia la costa adriatica della Dalmazia fino al capo Planka, le isole di Lisa, Busi, Cazza, Lagosta, Pelagosa e alla Serbia il resto del litorale dalmata.